La badante della Galleria

Galleria (FILEminimizer)

 

La galleria è termine alquanto bizzarro. Un Giano bifronte che racchiude in sé due significati.

Da un lato indica il luogo dell’arte per eccellenza. Lo scrigno di opere d’arte e della creatività dell’uomo, i teatri  ad esempio ne hanno una; ma anche passaggio tra palazzi, luogo destinato allo “struscio”, sempre più adorno – nei tempi recenti – di attività commerciali. Tant’è che si parla di gallerie commerciali. Insomma, un luogo dove l’immanente lascia spazio e pensieri all’effimero, anche se non è proprio così, invero.

Dall’altro indica un luogo della sopravvivenza (o della sopraffazione, come vedremo), della necessità. Gallerie venivano e vengono costruite per abbattere distanze, per unire ciò che la natura o l’uomo ha inteso dividere; gallerie venivano scavate nell’antichità per abbattere le mura nemiche durante gli assedi; gallerie soccorrono la scienza nello studio dell’aereodinamica, dei flussi e finanche dell’atomo; gallerie soprattutto conducono, trasportano. Gallerie, non ce lo dimentichiamo, hanno salvato l’uomo dai bombardamenti e dai rastrellamenti.

Di questa seconda classe di significati, se possiamo chiamarla con un guizzo ardito di sintesi, della “sopravvivenza”, fa parte la Galleria Pavoncelli. La galleria numero 1, per anzianità e complessità, dell’Acquedotto Pugliese che fu realizzata nei primi anni del ‘900 per distrarre le acque della sorgente Sanità di Caposele dal loro letto naturale e condurle sul versante adriatico.  Ancora oggi circa un quarto della popolazione pugliese viene dissetata grazie a questa galleria.

A distanza di cento anni, due terremoti sulle spalle e una conformazione fisica non proprio ideale per una galleria, la Pavoncelli necessita di un accompagnamento, sì, insomma, di una badante, come gran parte dei nostri  nonni.

Ebbene, di questo parliamo quando ci accostiamo al tema della Pavoncelli bis. Della nostra, vostra sopravvivenza di pugliesi. Per questo non ci stancheremo mai di chiedere la fine di quei lavori.